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Peppe Izzo: quando il calcio era “champagne”

venerdì, 26 agosto 2011 - 15:52 in Amarcord, In Evidenza, Le interviste, Primo Piano

Champagne, per brindare a un incontro…” non i versi cantati dall’intramontabile chansonnier Di Capri, ma semplicemente un inno al nostro di incontro, con lo “spumeggiante” Peppe Izzo, ex giallorosso e protagonista nella doppia veste di giocatore ed allenatore del calcio made in Sannio. Un excursus dagli esordi con il Benevento fino ad arrivare ai giorni nostri, ricco di contenuti ed argomentazioni. Da parte nostra, uno dei confronti più affascinanti e coinvolgenti tra quelli vissuti fin a questo momento.

Partiamo dal Peppe Izzo giocatore, la sua crescita e gli esordi giovanili.

Il Benevento di Izzo 1977-78
Il Benevento di Izzo 1977-78

Diciamo che sono cresciuto e mi sono formato senza che nessuno mi insegnasse i fondamentali. Ho acquisito il tutto in quella che si può definire un’”attività stradale”. E’ logico che, dopo, i vari allenatori mi hanno disciplinato tatticamente e migliorato fisicamente. Un conto è l’attività prettamente ludica, un altro è quella professionistica. Ho iniziato con gli allievi, poi ho fatto tutta la trafila fino alla Berretti e al mio giovanissimo esordio.

Ecco, parliamo del debutto con la maglia giallorossa e nei professionisti.

Non lo dimenticherò mai, avevo 16 anni ed ero già nel giro della Prima Squadra. Io e Iannucci, mio coetaneo, fummo chiamati nel ritiro di Mercogliano per prendere parte ad un Paganese-Benevento che si disputava di mercoledì. L’anno successivo partì alla grande, ero titolare in quarta serie (Serie D, ndr) con il Benevento di Santin. Disputai 16 partite riuscendo anche a segnare, poi, però, si trasformò in un anno disgraziato perchè ebbi delle disavventure dal punto di vista fisico. Mi feci male, infatti, in una gara con la Battipagliese. Nonostante questo arrivammo secondi alle spalle della Nocerina e per me ci fu la soddisfazione di andare a Bologna, ti parlò della stagione 1972/73. Iniziai la preparazione con gli emiliani, con me c’era gente che poi debuttò in Serie A, come Pecci, Colomba, Chiodi, Fiorini e Paris. Loro venivano dagli allievi, io invece arrivavo direttamente dalla Serie D. Il Bologna aveva chiuso con il Benevento ma con una postilla riguardo alle condizioni del mio ginocchio. Dopo un periodo di prova, purtroppo, il Bologna non chiuse la trattativa e feci ritorno nel Sannio. Durante un allenamento, poi, il mio ginocchio fece nuovamente crack e rimasi fermo per un anno e mezzo, girando gli studi dei migliori ortopeici d’Italia. Nel dicembre del ’73 fui operato a Roma dal professor Fineschi e rimasi, per questo, fermo. Il Benevento, nel frattempo, era approdato in C vincendo il campionato di Serie D ed io riuscì a debuttare in quella categoria disputando 8 partite.

Lasciato il Benevento, quali sono state le altre tappe della tua carriera?

Andai all’Olbia, era il ‘75-’76, ma restai solo il tempo di due apparizioni in Coppa Italia. Ero giovane e mi trovai lontano da casa, questo mi frenò. Tornai al Benevento dove mister Santin, visto il mio precedente infortunio, mi consigliò di andare a Cava de’ Tirreni. Lì trovai due beneventani, Cavuoto e Romanelli, due amici, oltre che nel calcio, anche nella vita quotidiana. Il nuovo ritorno al Benevento in C con Leonardi allenatore, con il quale avevo giocato insieme. Restai altri due anni, fino al ‘79-’80, quando fui fermato da un nuovo infortunio alla tibia, accusato a Campobasso, ed uscì dai professionisti. La mia è stata una vita calcistica travagliata. Tieni presente che all’epoca era difficile recuperare dagli infortuni, non come adesso. Pensa che la riabilitazione la facevo da solo.

Dalle tue parole, ma ancor di più dal tuo viso, si evince tanto rammarico.

In ritio a Padula: Zica, Fracassi, Moretti e Izzo
In ritio a Padula: Zica, Fracassi, Moretti e Izzo

C’è tantissimo rammarico, il calcio mi ha dato tanto, sia come esperienza di vita che a livello di amicizie. A quei tempi si guadagnava benino, sicuramente più di un operaio, e per me che vivevo a Benevento era ancora più semplice. Diciamo che ero sbocciato subito ma mi sono anche appassito subito. Appena avevo cominciato a mettere la testa fuori sono tornato dentro. Mi dispiace soprattutto per l’anno di Bologna, tenendo presente che i miei compagni hanno poi tutti debuttato in Serie A e che io, come ti ho detto prima, venivo addirittura dalla D ed avevo una grande considerazione. Figurati che non ho alcuna foto conservata, ho strappato tutto.

Una carriere proseguita poi nei dilettanti, quali le esperienze e quali quelle che ricordi con maggiore trasporto?

Nei dilettanti mi sono divertito molto, a Torrecuso, forse un poco meno, ma soprattutto con la Ferrini e con il Paduli. Ho vinto campionati sia come giocatore che come allenatore. Ho ritrovato vecchi amici, come Cavuoto ai tempi della Ferrini. Non potrà mai dimenticare lo spirito che c’era nel Molisano, ad esempio, come venivamo accolti. Il calcio era aggregazione e divertimento. Sono nato da professionista al Meomartini e ci sono tornato da dilettante.

Da giocatore ti fu attribuito l’appellativo “champagne”, ci racconti da cosa deriva?

(Ride, ndr) Una cosa simpatica, è un appellativo che mi sono sempre portato dietro perchè ero spumeggiante. Per chi mi conosce, il mio calcio era estroso, mi piaceva fare cose fuori dal normale dato che tecnicamente, senza presunzione, avevo qualcosa in più. Tutto questo ha portato a quell’appellativo, inoltre penso che abbia influito il fatto che da giovane ero abbastanza chiaro di carnagione.

Della tua carriera di allenatore, invece, cosa ci racconti?

Da allenatore ho raggiunto buone posizioni, vincendo due campionati e disputando molti tornei competitivi. Ricordo il secondo posto conquistato con il Casalbore alle spalle della Ferrini allenata proprio da Enzo Fiore, era il campionato 1991-92. Sono andato spesso vicino alla promozione ma ho anche salvato molte squadre, compiendo qualche piccolo miracolo. Il calcio resta la mia vita e le soddisfazioni a livello dilettantistico mi hanno restituito, con le dovute proporzioni, quello che mi era stato tolto. Ho avuto in passato la possibilità di diventare allenatore professionista, ma non riuscì, insieme all’amico Cesare Ventura, ad ottenere l’abilitazione per il corso di Coverciano. Ho lavorato con il Benevento, dove ho guidato gli Allievi e la Berretti, per poi arrivare in prima squadra collaborando con i tecnici Rampanti, Landoni e Landini. Mi è servita anche l’esperienza che ho maturato da professore di educazione fisica.

Adesso nel futuro di Peppe Izzo cosa c’è?

Peppe Izzo oggi in redazione
Peppe Izzo oggi in redazione

Oggi è diventato impossibile allenare. L’ultima esperienza l’ho avuta due anni fa quando mi chiamò l’amico Feliciello per guidare una formazione giovanissimi regionali. All’inizio avevo tanto entusiasmo perchè mi piace lavorare con i giovani, vederli crescere, trasformare dal punto di vista fisico, tecnico e comportamentale. E’ una categoria dove vedi ed apprezzi i frutti del tuo lavoro e dove gli aspetti fisici e psicologici sono fondamentali. In giro ci sono tante persone che si spacciano per allenatori, un aspetto sicuramente penalizzante. Persone che non hanno esperienza, che non hanno alle spalle anni di attività specifica nella materia. Queste persone sono un ostacolo e non capisco come un ragazzo possa crescere in questo contesto. Poi ci lamentiamo se non ci sono giovani interessanti in giro, questo avviene soprattutto a livello professionistico dove ci sono tanti stranieri. Reputo che sia importante la crescita e l’inserimento. Non ho bisogno di allenare, ho già avuto le mie gratificazioni in passato. Ci sono persone che non rispondono a determinati canoni, senza conoscenze le quali, personalmente, sarei poco propenso a mettere alla guida dei ragazzi, i quali devono capire l’allenatore, devono essere capaci di interloquire. Certi concetti possono far maturare il giovane.

Concludiamo con un’ultima curiosità. Quanto è cambiato il mondo del calcio in questi anni?

E’ cambiato moltissimo, soprattutto per l’ingresso degli sponsor nel mondo del calcio, i quali hanno stravolto le vere intenzioni e la filosofia dello sport. Gli interessi sono diventati enormi ed ha preso piede il “Dio denaro“, oscurando i valori dello sport. Oggi, con la grande difficoltà economica, molti cercano di farsi pubblicità attraverso il calcio, quello che resta lo sport preferito da molti.E’ cambiato anche l’aspetto organizzativo in merito alla crescita dell’atleta. Nel confrontare le due realtà, prima lo sportivo aveva una conoscenza limitata, oggi, invece, è più conscio, più informato in merito a quello che fa. Prima era un calcio più morale, c’era sicuramente più passione, adesso, come ti ho detto in precedenza, è il denaro a farla da padrone.

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