Il piede, da sempre, è stato un organo poco studiato, un po’ dimenticato forse perché frequentemente sporco, a volte puzzolente, da coprire e nascondere nelle scarpe. Non a caso dalle nostre parti, soprattutto le persone anziane, nel dover menzionare il piede, antepongono “… con rispetto parlando”.
Comunque, anche se nei decenni scorsi neanche in ambito medico era “chic” o di prestigio studiare il piede ci sono stati molti “coraggiosi” che coi loro studi hanno valorizzato questo organo straordinario – sia per struttura che per funzione – che ci consente di stare in piedi nonostante la gravità terrestre ci attragga continuamente al suolo.
Prima di comprendere perché il piede è così importante dal punto di vista posturologico è importante capire come il piede umano si è formato nel corso dell’evoluzione, perché è così speciale rispetto a quello di qualsiasi altro animale ed a che serve.
Ebbene il nostro piede assolve contemporaneamente tre funzioni: quello di essere un sensore del Sistema Tonico-Posturale (STP), quello di ammortizzare il peso del corpo nella fase di carico durante il cammino e, nella fase successiva di stacco, quello di “sollevare” tutto il peso del corpo.
Tralasciando per il momento la sua funzione di sensore del STP, quindi, poniamo l’attenzione sul fatto che il piede si comporta in fasi successive prima come ammortizzatore e poi come leva; due funzioni completamente opposte con un’unica struttura.
Dicevo, allora, che il piede dell’uomo rappresenta il gradino più alto dell’evoluzione che è partita dal piede dei rettili primitivi che vivevano circa 300 milioni di anni fa. Quel piede era già fornito di tutte le ossa che costituiscono il piede umano (calcagno, astragalo, scafoide, cuboide, tre cuneiformi, cinque metatarsali e le falangi delle dita)
ma avevano forma diversa e soprattutto disposizione reciproca diversa. Le trasformazioni più importanti per passare da quel piede a quello umano si sono verificate nella parte posteriore dello stesso; nei rettili il calcagno e l’astragalo sono uno al fianco dell’altro mentre in quello umano il calcagno è disposto sotto l’astragalo. Così, nel corso dei milioni di anni di evoluzione, il calcagno ha compiuto un “viaggio” per portarsi sotto l’astragalo come ben si vede nella figura.
L’altra trasformazione importante l’ha subita l’astragalo in un tempo relativamente più breve (circa 60 milioni di anni, vedi figura)
a partire da quello dei mammiferi primitivi nei quali era simile a quello dei rettili di cui sopra.
Si rimanda i più curiosi e chi volesse approfondire al libro del Prof. Paparella Treccia citato nelle didascalie delle foto e pubblicato nei primi anni ’70.
Tutto questo “movimento” ha fatto sì che il piede primitivo, che aveva forma di lamina, si trasformasse in elica e con ciò consentire al piede umano di ammorbidirsi (e quindi ammortizzare) o di irrigidirsi (e quindi fungere da leva) in funzione della maggiore o minore torsione dell’elica; nelle figure (modificate) tratte dal libro di cui sopra e dal Trattato di Chirurgia del Piede del prof. Pisani è possibile visualizzare quello che sto dicendo.

Una lamina che viene torta a formare un’elica, infatti, funziona come uno straccio che s’irrigidisce quando lo si torce e diventa morbido quando lo si detorce.
La funzione alterna di detorsione-torsione fa sì che nelle prime fasi del passo il piede funziona come un ammortizzatore mentre nelle fasi successive funge da leva.
Anche qui uno schema delle varie fasi della deambulazione è più eloquente delle parole.
Ma vediamo ora quali sono le dimostrazioni che il piede è un sensore ed è parte integrante del STP.
La prima ricerca da citare è quella di Kennedy ed Inglis che nel 2002 hanno pubblicato una ricerca sui recettori nervosi di pressione della pianta del piede. Con questo lavoro hanno dimostrato che sotto la pianta del piede vi sono “sensori” diversi che si attivano a pressioni diverse (quindi a pesi diversi) e che la loro distribuzione non è casuale ma è estremamente precisa e costante in tutti i piedi. Da ciò si deduce
che se i piedi hanno un buon appoggio i carichi sulle varie parti della pianta sono differenziati e sono massimi a livello dei calcagni
e delle teste del 4° metatarsale destro e sinistro (quattro punti d’appoggio) quando si sta su due piedi mentre, quando si sta su un solo piede, i punti d’appoggio sono tre e sono il calcagno, la testa del 1° e la testa del 4° metatarsale (vedi figure).
Tutto ciò, quindi, fa immediatamente comprendere che in un piede che poggia male vengono eccitate popolazioni di sensori di pressione della pianta diversi rispetto alla normalità, tali stimoli sensoriali anormali costituiscono un’alterazione della percezione ambientale che, trasmessa al cervello, lo inganna ed esso, per compenso a tale disfunzione e per consentire il mantenimento dell’equilibrio, non fa altro che modificare l’assetto corporeo.
A questo
punto si comprende facilmente come un piede piatto, come si vede a sinistra – dove poggia la tutta la pianta – o un piede cavo, come si vede a destra – dove poggia solo il calcagno e la parte anteriore del piede – siano responsabili di specifiche alterazioni dell’assetto posturale.
Ma ancor più importante è pensare a quanto danno possano arrecare i plantari, di qualsiasi genere essi siano e qualsiasi cifra costino, a cominciare da quelli “ortopedici”, costruiti magari anche in base ad analisi computerizzate, per finire a quelli delle “Hogan”, delle “Birkenstock” o delle scarpe sportive; questi presìdi fanno sicuramente bene a chi li produce ma sono dannosi perché modificano l’appoggio del piede ed alterano “l’informazione” che nasce dai sensori della pianta e che viene veicolata al cervello. D’altra parte: com’è possibile che un plantare costruito in serie
(migliaia di esemplari tutti uguali) possano adattarsi a migliaia di piedi diversi? E com’è possibile che un plantare “computerizzato” che non fa altro ripetere una forma a stampo dei rilievi e delle volte del piede – e quindi trasformare l’appoggio selettivo su alcuni punti del piede in un appoggio completamente piatto – possa definirsi un “plantare terapeutico”? In merito ai plantari, in alcuni casi si arriva quasi alla follia: i plantari che si vedono nella figura qui a destra sono addirittura d’acciaio e sono stati fotografati da me personalmente dopo averli rimossi dalla scarpa di un bambino di 6 anni!

Per concludere, ancora uno studio e degli esperimenti condotti al CNR di Marsiglia dai proff. Rolle e collaboratori.
Questi studiosi hanno stimolato la pianta dei piedi (ad occhi chiusi) con dei micro vibratori contenuti in solette piatte (figura qui a fianco) e ne hanno verificato gli effetti. Nelle figure seguenti si vede come stimolando la pianta del solo piede destro il soggetto cade verso destra, cade a sinistra stimolando la sinistra, cade in avanti stimolando le punte ed indietro stimolando i talloni; infine, il soggetto ha la sensazione di “levitare” se si stimolano ambedue le piante dei piedi. Sulla base di ciò, come si vede nell’ultima figura (in basso a destra),
essi concludono che “le afferenze tattili provenienti dalla pianta dei piedi partecipano alla Percezione Cosciente dell’orientamento del corpo nelle tre direzioni dello spazio oltre a fornire il loro contributo diretto alla Regolazione Motoria Posturale”.
Sulla base di tutto quanto detto e se consideriamo che in natura tutto ciò non esiste è bene non scherzare coi piedi.
Poi, se facciamo caso, NOI UMANI SIAMO gli unici ANIMALI che portano le scarpe!
Ed altro!
Albino Sarchioto
ortopedico e posturologo
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